when I was 10

“Inside each of us is a little ten-year-old child, curious and pure, acting on impulse, not yet caring what other people think. Remember what you were doing at ten, and try to get back to doing that thing, incorporating everything you’ve learned along the way.”

Jonathan Harris nel suo Navigating Stuckness scrive di come si debba tenere a mente il nostro io-bambino e farlo rivivere anche in età adulta, ricordandosi le cose a cui eravamo abituati prestare attenzione (videogiochi, collezioni di tesori, magia) e ricreandole condite con ciò che abbiamo imparato lungo il cammino.

Quando avevo 10 anni abitavo a Pavullo, un paese di montagna in provincia di Modena, nella prima casa in cui mamma, mia sorella ed io abbiamo abitato da sole – senza papà intendo. Ricordo il condominio, disabitato perché ancora in costruzione, in cui l’unica porta a cui avevano anticipatamente rimosso il cellofan era la nostra, nell’angolo in fondo a sinistra del secondo piano.

Non c’era anima viva la maggior parte del tempo, i lavori andavano a rilento e mia sorella ed io passavamo il nostro tempo scorrazzando libere nel cantiere lasciato in sospeso, sentendoci esploratrici alla scoperta di chissà quali segreti e oggetti dimenticati: recuperavamo il materiale elettrico e di costruzione che veniva scartato e lo ammucchiavamo in giardino, dove orgogliose costruivamo basi militari pronte al combattimento. Non siamo mai state delle principessine, nessuna delle due.
Un pomeriggio trovammo una chiave un po’ strana: sembrava quella della nostra porta blindata, ma era di un metallo più opaco, ed era stranamente piatta. Sarà di questa o quella porta? Beh, lo era di tutte. Avevamo appena trovato il passepartout, la chiave di accesso a tutti quei luoghi ancora inesplorati, appartamenti che – fatta eccezione per gli addetti ai lavori – erano esistiti solo nella mente di chi li aveva progettati. Immaginate la meraviglia di due bambine che si sentivano di aver messo piede sulla Luna, ed essere state le prime a farlo.

L’unico appartamento col riscaldamento acceso e qualcosa sul fuoco rimaneva il nostro, che non so ancora perché ma sentivo davvero nostro: i mobili della cucina erano gli stessi di sempre, ma il resto aveva un altro tocco. Un camino, mattoni rossi, fiori dal colore caldo, un giardino. La casa in cui stavamo prima della separazione era molto più ebano ed edera finta, tende bianche dritte che sfioravano il pavimento e un contorno di cemento. Oltrepassando l’ingresso del nuovo appartamento, un piccolo corridoio conduceva a un bagno e due camere da letto, quella di mamma, con gli angeli sulla testata del letto che disegnò lei stessa, e la nostra, prima con l’armadio a ponte e i comodini volanti e poi con una serie di blocchi colorati tutti per noi. Mia sorella ci è diventata adolescente in quella stanza; io ho imparato a sfinirmi di musica, fino a nascondermi completamente sotto le coperte per poter ascoltare gli 883 fino a tardi la sera. Col walkman e le cuffie giro cranio, naturalmente. In quel bagno invece, ricordo che uscendo dalla doccia un giorno trovai mamma seduta sulla cesta dei panni in lacrime: mi guardò e vidi che sorrideva, mi fece avvicinare e guardandomi dritta negli occhi, tra sorrisi e singhiozzi, mi disse che aveva ottenuto il nostro affidamento dopo la separazione. L’era della bambina con la valigia era finita, ma la valigia in sé continua ad essere il leitmotif della mia vita.

Quando avevo 10 anni mi credevo furba, e nonostante non mi fosse permesso andavo a letto col costume da bagno la sera prima della giornata in cui gli insegnanti ci avrebbero portato in piscina. Bambini, la smania di volere tutto subito. Quando avevo 10 anni ho avuto incontri traumatici con una serie di insetti, che non me li hanno fatti amare negli anni a venire. Ho scavalcato cancelli e sono passata sotto a recinzioni, ho corso in lungo e in largo su prati infiniti e con un discreto pendio, pensando davvero che chissà dove sarei arrivata se avessi continuato a correre. Stanca, in primavera, mi lasciavo cadere di schiena sull’erba alta e nessuno sarebbe riuscito a vedermi se non mi fossi rotolata giù dalla collina, cosa che facevo regolarmente, lasciando solchi di erba piegata che tracciavano il mio percorso e la mia posizione. Ho pensato di essermi innamorata su quella collina. Ho anche perso un cane su quella collina: è scappato, diretto alla casa del contadino, e non è più tornato.

Quando avevo 10 anni spegnevo regolarmente la sveglia, cosa che continuo a fare, e mangiavo Nutella davanti a interminabili partite ai videogiochi. Ho scartato regali e festeggiato compleanni. Ho fatto alcuni giri in moto e tanti a piedi, qualcuno in macchina – in uno dei quali mi sono quasi rotta il collo. Mi sono fidata di un parrucchiere, e ripromessa che non sarebbe mai più successo.
A 10 anni forse sono diventata grande. O meglio, ho smesso di essere totalmente bambina. Sono diventata signorina, così mi disse nonna, e ho iniziato ad essere pratica nel fare e disfare valigie, e nel comprendere che le persone non vanno sempre d’accordo.

Quando avevo 10 anni ho assimilato un piccolo ma fondamentale concetto: se le cose non vanno, prendi le tue cose e vai. Ci sono altri lidi che ti aspettano e il ‘sai cosa lasci ma non sai cosa trovi’ è fonte di aspettativa e non di timore: tutto ciò che ho trovato è sempre stato in grado di colmare abbondantemente le ferite della mancanza di quello che avevo lasciato.


Scritta il 27/10/14. Editata e pubblicata oggi.

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