The Bullshit Machine

ho preso la briga di tradurre quest’articolo, scritto da Umair Haque, sperando di potergli dare più risonanza di quanta ne stia già avendo su Medium (e ho pensato di pubblicare la traduzione anche lì).
perdonate le imprecisioni, credo sia la prima traduzione inglese-italiano che faccio dai tempi della quarta superiore.


Ve lo devo dire. Sono stufo.

Si lo so, sono io stesso un peccatore. Continuate pure. Bruciatemi sul rogo del Calvinismo puritano; la giusta, fondata e di per sé noiosa idea che la noia sia un difetto morale, e che una mente inquieta sia opera del Diavolo.

Non c’è niente di più noioso; e tornerò su questo punto alla fine di questo brano, che spero si riveli un inizio.

Di cosa sono annoiato? Di tutto. Blog libri musica arte business idee politici tweets film scienza matematica tecnologia… ma soprattutto: lo spirito dell’epoca, l’atmosfera del tempo, la tendenza dell’adesso, l’inclinazione del qui.

Mi dispiace, ma è vero. Tutto questo mi annoia al punto da intorpidirmi e rendermi stupido.

Una cultura che premia il narcisismo più dell’individualismo. Una politica che posiziona la “tolleranza” al di sopra dell’accettazione. Uno spirito generale che incoraggia il cinismo sulla venerazione. Una sfera pubblica che piazza l’ironia prima della sincerità. Una tecnosfera che dà più importanza ai dati che alla comprensione degli stessi. Una società che mette le “opportunità” prima della decenza. Un’economia che… beh, lo sapete. Ci fa lavorare di più per renderci più poveri, facendoci fare lavori che odiamo e facendoci contribuire a realizzare cose che alla fine prosciugano anche l’ultima goccia di passione dalle nostre anime, per poi vendere a chi sta lavorando di più per diventare più povero, facendo un lavoro che odia e contribuendo a realizzare cose che prosciugano anche l’ultima goccia di passione dall’anima.

Essere annoiato non significa essere indifferente. Significa essere stanco, perché uno non ce la fa più. Ed è proprio qui – e soltanto qui – che i valori indicati sopra ci porteranno. All’esaurimento; con l’incessante, infinito e inutile scopo di mantenere la finzione. Far finta che quello che siamo veramente sia ciò che la gente crede che gli altri vogliano essere. Apprezzati, non amati. Attraenti, non belli. Intelligenti, non saggi. Divertenti, non felici. Avvantaggiati, non prosperi.

Ci esaurisce, letteralmente. È un gioco tra parassiti che vogliono ciò che l’altro desidera, col risultato che diventiamo avversari di nessuno se non di noi stessi. Finché non ci sarà rimasto niente, niente di tutto quello che siamo o di chi saremmo potuti diventare. I valori indicati sopra restringono, rimpiccioliscono e riducono il nostro potenziale: come individui, come persone, come società. E non ne posso più.

Ah, voi direte: ma l’umanità non ha sempre sofferto questo problema? Vi prego. Diciamo le cose come stanno. Eccetto se pensate che la classe media non abbia mai avuto successo, o che il tizio che ha fatto 47 puntate di “Saw” sia l’Alfred Hitchcok di questa generazione, o se pensate che anche quest’epoca abbia il suo John Lennon, o che Jeff Koons sia il nuovo Picasso… forse capirete a cosa mi riferisco.

Per farla breve, sono stanco di quello che chiamerei un ciclo di stronzate perpetue. Una macchina di stronzate. La macchina delle stronzate trasforma la vita in rifiuti.

La macchina delle stronzate assomiglia a qualcosa del genere. Narcisismo su chi sei porta a cinismo su chi potresti essere, che porta a sua volta a mediocrità su quello che fai… che riporta a narcisismo su chi sei. Narcisismo porta a cinismo che porta a mediocrità… che porta a narcisismo.

Lasciatemi semplificare quel piccolo modello di situazione di stallo in cui si può trovare il cuore umano.

La macchina delle stronzate è il lavoro che facciamo solo per avere una vita che non vogliamo, di cui non abbiamo bisogno, che non ci piace e che non ci meritiamo.

Tutto funziona adesso. Relazioni, hobby, esercizi. Anche l’amore. Estenuante, tedioso, accanito, stereotipato, apatico, pianificato, ripetitivo, prevedibile, analizzato, approfondito, cronometrato, eseguito.

Il lavoro è una stronzata. Lo sappiamo tutti. L’umanità intera l’ha sempre saputo. Certo, bisognerebbe lavorare a ciò che si vuole raggiungere. Ma non è questo il punto. È il lampo di genio, il barlume dell’intuizione, il riverbero del successo, il gusto dell’esperienza, l’incandescenza del significato delle cose; è tutto questo che rende la vita qualcosa di carico, impossibile, quasi doloroso, che però vale la pena vivere. Questi sono i risultati, il lavoro è soltanto il mezzo con cui raggiungerli.

Le nostre vite sono confuse allo stesso modo. Sono mezzi senza uno scopo, modelli di case, azioni che mettiamo in atto ma che non viviamo fino in fondo. Ricordate quando ho menzionato il Calvinismo puritano? Ecco, l’idea di essere annoiato è lei stessa un segno di mancanza di virtù – non è forse questo, a sua volta, la cosa più noiosa del mondo?

Potremmo considerarla come la batteria della macchina delle stronzate. Non possiamo ammetterlo, che siamo esausti. Dobbiamo sempre farequalcosa. Sempre sempre sempre. Tap, click, fai riunioni, fai feste, fai esercizio, fai nuovi amici. Lavora sodo, divertiti al massimo, vivi al top. Migliora, guadagna, beneficia, realizza.

Frena. Lasciatemi attivare la modalità nonno permaloso. Click.

Ricordate quando i bar erano pieni di persone… che stavano lì semplicemente a pensare? Ora vi sfido a trovarne uno che non sia pieno di gente Tinder-Twitter-Facebook-App-dell’ultimo-nanosecondo. Mi manda in bestia. Come devoti credenti curvi sul bagliore di un paradiso spirituale cui non potranno mai avere accesso, che è esattamente il motivo per cui sono incantati da questa possibilità. La possibilità di una vita perfetta, piena di piaceri, col compagno perfetto, relazione, gente, lavoro, segreto, casa, carriera. Tutto a distanza di un “tap” su uno dei tanti dispositivi mobili che si possiedono. È come una slot-machine dell’anima umana, questa cultura che stiamo costruendo. Vinceremo il grande premio col prossimo gettone… sempre col prossimo. Chi non sarebbe sedotto?

Vincitori di milioni di followers, fans, amici, amanti, soldi… dopotutto, un miliardo di persone che twittano, caricano, postano, scorrono, fanno like nel vuoto un migliaio di volte al minuto non possono essere nel torto, giusto?

Ed ecco qui il paradosso della macchina delle stronzate. Facciamo di più di quanto l’essere umano abbia mai fatto prima, ma non raggiungiamo granché. E quel che è peggio è che, mi sembra, stiamo diventando anche meno.

Più facciamo e più sembra che diventiamo passivi. Accondiscendenti. Compiacenti. Come se stessimo semplicemente seguendo i movimenti del nostro corpo.

Perché? Assomigliamo a delle apparizioni al giorno d’oggi. Disponiamo di ‘Io’ multipli dentro tutto questo rumore, e li tiriamo fuori a seconda della circostanza – l’Io su Facebook, Twitter, Tumblr, Tinder… o qualsiasi altro, poi l’Io al lavoro, l’Io del lavoretto extra, l’Io che pratica un hobby, l’Io nella coppia e l’Io con l’amante, l’Io di ognuna delle molteplici attività in cui ci buttiamo a capofitto. Con questa iper-fragmentazione di noi stessi sfociamo in una sorta di schizofrenia: conflitti, dissociazioni, tensioni, dislocazioni, ansie, paranoie, delusioni. I nostri ventri sociali non danno vita ai nostri Ioreali, ovvero quelli in grado di esplodere di capacità, possibilità e meraviglie.

Tap tap tap. E non ci siamo ancora. Nelle nostre vite intendo. Nel momento in cui, un giorno, ci guarderemo indietro e ci chiederemo… cosa stavamo pensando mentre buttavamo via le nostre vite con cose che non valevano proprio niente?

La risposta, naturalmente, è che non stavamo pensando. Né provando emozioni. Non abbiamo più tempo di pensare. Pensare è un superlusso. Provare emozioni è anche più grande di un superlusso. In un’era in cui cibo decente, acqua, educazione e sanità sono loro stessi dei lussi, pensare e provare emozioni sono attività che costano troppo per essere permesse dalla società. Ostacolano la “crescita” e sono un peso per la “produttività”, rallentano insomma la macchina delle stronzate.

Quindi, eccoci qui. A seguire passivamente i movimenti del nostro corpo. La macchina delle stronzate ci insegna che il piccolo è il grande, l’assenza è abbondanza, l’aggressivo è il nobile, la menzogna è la verità. Noi ci crediamo e, avidamente, lo usiamo per sfamare la nostra fede. Più lo nutriamo e più insaziabile diventa. Finché, alla fine, ci scopriamo esausti. A fingere di volere le vite che pensiamo dovremmo avere, invece di avere il coraggio di vivere quelle che sappiamo di poter avere.

Fanculo, ammettilo, sei probabilmente stanco ed esausto quanto lo sono io.

Buon per te.

Benvenuto nel mondo dietro la Macchina delle Stronzate.

25.07

 

ho sempre amato il 25 luglio.

più del primo giorno di scuola, più di Natale, Pasqua o Capodanno; più del primo maggio o del 15 di agosto.
se a Capodanno si contano i secondi che ti separano dalla mezzanotte, il 25 luglio si contano gli attimi significativi di tutti gli anni vissuti. un consistente dispendio di energie, se si considera come questi siano in grado di cambiare e rimescolarsi anche soltanto a distanza di un anno.

ho sempre amato il 25 luglio perché si va indietro nel tempo.
ma non si trovano mai le risposte a quelle che sono più o meno sempre le stesse domande.

amo il 25 luglio perché nonostante per me significhi tutto questo, lui è capace di arrivare e poi sparire ancora prima di tramontare, pronto ad aspettarmi dalla parte opposta del Sole con la stessa manciata di domande irrisolte.

che il ventisettesimo giro di giostra cominci.

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all’epoca in cui lavoravo nei locali e in cui non era un problema passare da fare piadine a preparare mojito a pulire i bagni il tutto in turni da 15 ore e sempre con un sorriso stampato in faccia, non sono mai riuscita a tollerare chi entrando non si degnava nemmeno di accennare un saluto. non dico dire ciao, ma guardarti e fare una smorfia di sorriso sarebbe stato sufficiente.
ora che lavoro seduta e non spacco più ghiaccio le cose non sono veramente cambiate e continuo ad avere a che fare con individui individualisti che non sanno alzare lo sguardo, né usare espressività per comunicare quanto la lingua a quanto pare non si sente di articolare: un buongiorno.

dov’è finito quel senso di appartenenza che ci accomuna alle specie animali? ci siamo evoluti, forse nel modo sbagliato, ma non posso non essere convinta che la mia epoca rappresenti un’opportunità per questi 7 miliardi di persone. una società solidale è ancora possibile, vero? non dovrebbe forse la tecnologia portarci sempre più ad abbandonare quel ruolo di macchine umane da catena di montaggio che tanto ci caratterizzava nell’era industriale e permetterci di riflettere per creare un domani migliore? ma per fare ciò, non è forse vero che serve ispirazione e che l’ispirazione viene dalle interazioni umane?

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Better is a dream worth dreaming
• Seth Godin •

 

1964

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Written and proclaimed at the Institute of Contemporary Arts on an evening in December 1963, the manifesto was published in January 1964.
Inexplicably, to me, reverberations are still being felt.

Rappresentazioni Sociali

 

Non importa veramente cosa tu decida di fare nella vita, ma sarebbe bene che come scopo ultimo tu non avessi l’esclusivo obiettivo di arricchirti. Sarebbe bene che il tuo contributo a questo universo fosse qualcosa in grado di arricchire la vita delle persone.
Nel breve intervallo di tempo che ci è concesso (breve in relazione all’esistenza collettiva dell’umanità), sarebbe bene che ciascuno usasse il proprio talento affinché la strada che l’uomo deve ancora percorrere possa essere migliore.

Le origini sono spesso il luogo dove è nascosto il seme di quello che verrà.
Un grazie a Bob per aver documentato 45 anni di London Underground.

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ma dove cazzo siamo?

 

ascolto la tua voce, non importa dire cosa, sento il carico delle emozioni che trasporti. e mi arrivano tutte, mi travolgono prima che io possa identificarle. sorrido con le lacrime agli occhi, davanti al computer dell’ufficio che voglio chiudere e lasciare qui. voglio prendere cuffie, telefono e occhiali, e buttarli in borsa insieme ai pezzi di carta di cui anche io mi circondo.
voglio camminare sulla terra bruciata del sud, e sentirne tutto il calore.
ma prima voglio fermarmi a Roma, e dirti grazie.

 

e bella e fragile

ci guardammo e ci ascoltammo
silenzi e parole a corredo del testo della seduzione 
e il suono segreto delle brame a musicare la scena

poi finalmente un dì ti presi fra le mani 
e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi 
ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via 

mamma, c`est paris

 

sai mamma, Parigi è una città grigia.
un’esagerazione di case, uffici, persone, negozi, gallerie d’arte, bar e ristoranti compressi in pochi chilometri quadrati di suolo, a volerti dare l’illusione che ci sia tanto. guarda, forse è vero, ma il quotidiano in questa città ti porta a metterci così tanto tempo a tornare a casa la sera che il tuo unico desiderio rimane quello di sdraiarti sul divano (non abbastanza lungo per distendere le gambe), riposarti, e passare del tempo con le persone che ami.
che, ça va sans dire, non sono tutte lì.

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l’Italia la si lascia non per mancanza di coraggio, come tutti si ostinano a dire di recente, ma per abbondanza di ambizioni. uno crede di sapere quello che vuole dalla vita, ma alla fine quello che ti muove è uno spirito di curiosità più che altro. e dopo 4 anni sei ancora lì a vagare alla ricerca di non si sa bene cosa e di un posto da poter chiamare casa.

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quindi, mamma, vieni in questa città grigia che sorprendentemente si colora di sera. ti porterò a Place Vendome, a ridere di vetrine troppo belle quanto costose per le nostre tasche. schiveremo il traffico, ma anche la metro, perché quella sottoterra è l’altra Parigi che se possibile vorrei non conoscessi – almeno non subito. la gente soffre in quella Parigi, la gente è povera e ricchissima allo stesso tempo, il che spesso vuol dire che smette di essere umana e diventa individualista. le persone diventano tanti piccoli ratti che corrono sottoterra, spesso senza sapere bene dove stiano andando né chi stia loro attorno.

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ma io ti porterò a Place Vendome, ci arriveremo scendendo la collina di Montmartre e ci lasceremo il Sacre Coeur alle spalle, passeremo di fianco a boutique e negozietti chiusi per la crisi, ma tireremo dritto. arriveremo alle Galeries Lafayettes, e tireremo dritto perché il cinese ancora non lo capiamo. passeremo all’ombra del Theatre de l’Operà e sbucheremo su Place Vendome – che in realtà non ci interessa, ma ci collegherà a Place de la Madeleine dove ti comprerò qualche macaroon e un sacchetto di foglie di thé del Tibet.

ci sederemo su questa panchina, su Pont des Artes, e se vuoi attaccheremo un lucchetto in segno del nostro amore. che poi a me non piace rovinare le città, ce lo teniamo per noi il lucchetto ok?

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dimmi dove vuoi andare, e io ti ci porterò.
qualsiasi mezzo, qualsiasi periodo dell’anno. la vita non è abbastanza lunga per prendersi il tempo di pensarci due volte.

andiamo!

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ricordo di aver già avuto questa conversazione con un’amica, collega, compagna di viaggi e di storie, e ricordo la fermezza con cui ha sostenuto che la bellezza della varietà umana comporta l’esistenza di livelli di evoluzione diversi. stessa epoca, stessa età, eppure pare che certe persone non riescano a comunicare.
cultura, istruzione, tradizioni ed esperienza – di vita – sono le uniche ricchezze per cui valga la pena lottare.

non bisognerebbe dunque arrabbiarsi se c’è gente che a queste variabili non è interessata, e dal proprio giardino non vuole uscire. tu lascia correre, non ti affannare, arriverà qualcun altro che proverà addirittura a prenderla a schiaffi, invano. e allora anche lui alzerà i tacchi e se ne andrà altrove, alla ricerca di un pianeta verde (film, 1h30) in cui non ci siano più macchine e si sia ritrovato quel senso di comunità ormai perduto.